Note al capitolo Undici.

(1).  "Tutti noi siamo stati immersi nell'acqua in un unico Spirito
per  formare  un unico corpo, sia Giudei sia Greci, sia  servi  sia
liberi;  e tutti siamo stati abbeverati a un unico Spirito" (Paolo,
Prima lettera ai Corinzi, 12, 13).

(2). Marco, ottavo, 27-30.

(3). Nel Vangelo di Matteo, il termine basilea (regno) compare per
ben   51  volte.  Confronta  O.  Cullmann,  Introduzione  al  Nuovo
Testamento, Il Mulino, Bologna, 1968, pagina 40.

(4). Confronta la parabola del grano e del loglio (o zizzania):  la
semina  stata fatta, ma non  ancora giunto il tempo del raccolto;
chi semina il grano  il Figlio dell'uomo, il campo  il mondo,  la
mietitura  la fine del mondo (Matteo, tredicesimo, 24-30, 36-43).

(5).  "Principio del Vangelo di Ges Cristo, Figlio di  Dio",  cos
inizia il Vangelo di Marco.

(6). Matteo, tredicesimo, 42.

(7). Confronta Paolo, Prima lettera ai Tessalonicesi primo, 4,  13-
18.

(8). Confronta ibidem.

(9).  Oltre che nella Genesi (3, 1-5), se ne trova un altro accenno
nel  libro  della  Sapienza  (2, 24),  in  cui  il  serpente  viene
identificato con il demonio: "Ma Dio cre l'uomo per l'immortalit,
/  avendolo fatto a immagine / della sua propria natura. / La morte
entr  nel  mondo  / per l'invidia del demonio / e  quelli  che  lo
seguono  /  ne fanno l'esperienza". Nel primo libro delle  Cronache
(21,  1) vediamo che "Satana si lev contro Israele"; nel libro  di
Giobbe (1, 6-12 e 2, 1-7) si assiste a un incontro fra Dio e Satana
durante il quale il primo consente al secondo di "stendere la  mano
su  tutto ci che  di Giobbe", uomo devotissimo, per metterne alla
prova  la  fede. La stesura della Genesi, come quella  degli  altri
quattro libri del Pentateuco,  attribuita dalla tradizione a  Mos
e  quindi  risalirebbe  al  tredicesimo secolo  avanti  Cristo;  la
stesura  della  Sapienza  invece collocabile  nel  secondo  secolo
avanti  Cristo;  Giobbe  potrebbe essere stato  scritto  nel  sesto
secolo  avanti Cristo; la composizione delle Cronache  collocabile
alla fine del quinto secolo.

(10).  Quando  tenta Ges, Satana, dopo avergli mostrato  "tutti  i
regni della Terra", afferma: "Io ti dar tutta questa potenza e  la
loro  gloria, perch  stata data a me e la do a chi voglio" (Luca,
4, 5-6); nel Vangelo di Giovanni il diavolo  definito "principe di
questo  mondo" (12, 31; 14, 30; 16, 11). Le Lettere  di  san  Paolo
attribuiscono  al demonio addirittura il titolo di "dio  di  questo
secolo" (Seconda lettera ai Corinzi secondo, 4, 4), che ha  al  suo
servizio  "le  potenze  dell'aria" (Lettera agli  Efesini,  2,  2),
"principati e potest [...] dominatori di questo mondo di  tenebre"
(Lettera agli Efesini, 6, 12 e Lettera ai Colossesi, 2, 15).

(11).  Confronta Giovanni, 12, 31; Paolo, Lettera ai Colossesi,  2,
15.

(12).  I  miracoli  compiuti da Ges nella sua vita  pubblica  sono
manifestazioni  della sua missione di salvezza e  richiedono  tutti
un'unica condizione: la fede in quella missione.

(13). I primi cinque libri della Bibbia, il Pentateuco, considerati
come  un'opera  unica, sono chiamati dagli Ebrei  Torh  (Legge)  e
contengono  la  legislazione  civile  e  religiosa  del  popolo  di
Israele.

(14). JHWH sono le consonanti che indicano il nome di Dio nel testo
biblico ebraico. La lunga tradizione ebraica trasmette che il  nome
di  Dio  cos indicato veniva pronunziato solo dal Sommo  Sacerdote
nel  Sancta  Sanctorum  il  giorno del  Kippr  ("espiazione").  La
pronunzia  e  la  scrittura per esteso  del  nome  di  Dio  risulta
offensiva per gli Ebrei che lo considerano impronunciabile.

(15).  "Io  sono  debitore di qualcosa a tutti [nel  senso  che  la
diffusione  del  Vangelo  non deve tralasciare  nessuno],  Greci  e
barbari,  sapienti e ignoranti; e quindi, per quanto sta a  me,  io
son  pronto ad annunciare il Vangelo anche a voi che siete in Roma"
(Paolo, Lettera ai Romani, 1, 14-15).

(16).  Con  la  parola pagano, che nel latino  classico  indica  il
campagnolo  in  contrapposizione al cittadino  o  al  borghese,  il
civile  in  contrapposizione al soldato, il cristianesimo definisce
il  non cristiano, forse perch la nuova religione si diffuse prima
nelle  citt, mentre le popolazioni delle campagne rimasero a lungo
non  cristiane, o per sottolineare la caratteristica di soldati  di
Cristo dei nuovi fedeli.

(17).  "Perci  non  vi   scusa per chi, conosciuto  Dio,  anzich
glorificarlo  come  Dio  e  dimostrarsi  grato,  si   abbandon   a
ragionamenti futili, ottenebrando la propria mente stolta" (Lettera
ai Romani, 1, 21).

(18).   "Padri  della  Chiesa"  sono  definiti  i  primi  scrittori
cristiani  e  "patristica"   il termine  usato  per  indicarne  il
pensiero.

(19). "La filosofia greca e barbara tolse [cio comprese] una parte
della  verit  eterna,  non  dalla mitologia  di  Bacco,  ma  dalla
teologia  del  Verbo  eterno. [...] Piccoli  dunque  sono  anche  i
filosofi se non sono fatti grandi da Cristo. [...] Se qualcuno dice
che   la   filosofia     stata  inventata  dai  Greci   attraverso
l'intelligenza dell'uomo, io osservo che trovo nelle Scritture  che
l'intelligenza    stata infusa da Dio [...]. Vi era  dunque  anche
presso  i  Greci  una  certa oscura conoscenza  di  Dio"  (Clemente
Alessandrino,  Stromata,  primo, 13  e  11;  sesto,  8,  in  Grande
Antologia   Filosofica  [G.  A.F.],  a  cura  di   U.A.Padovani   -
M.F.Sciacca, Marzorati, Milano, 1954, volume quinto, pagina 85).

(20).  Clemente  Alessandrino, Stromata, primo, 5  (in  G.  A.  F.,
citato,  volume quinto, pagina 84). Philosophia ancilla  Theologiae
("la  filosofia    serva della teologia")  un  concetto  divenuto
motto  proverbiale ed  ripreso anche da san Pier Damiani,  secondo
il quale "l'abilit umana, se talora  usata nel trattare argomenti
sacri,  non deve arrogarsi il diritto di magistero (non  debet  ius
magisterii  arroganter accipere), ma servire come  una  serva  alla
padrona  (sed velut ancilla dominae [...] subservire)"  (De  divina
onnipotentia,  5, 621, in Patrologia Latina, 145,  603).  San  Pier
Damiani  (1007-1072), monaco e poi cardinale,  si  impegn  per  la
riforma  della  Chiesa che poi fu attuata da Ildebrando  da  Soana,
papa  Gregorio settimo. La Patrologia Latina e la Patrologia Graeca
costituiscono il Patrologiae cursus completus, pubblicato a  Parigi
a partire dal 1844 a cura di J.-P. Migne: la parte greca  composta
da 161 volumi, mentre quella latina da 217.

(21). "Se qualcuno formato alle discipline greche ed esercitato  in
esse  passer  a  noi, egli non solo giudicher vere  le  cose  che
crediamo,  ma  le  raffermer col peso delle ragioni  e  aggiunger
quello  che appare mancante, affinch secondo il metodo e le  leggi
delle  scuole greche possano essere dimostrate. Ma aggiungo che  la
dottrina  cristiana  pu  essere dimostrata  con  una  sua  propria
ragione"  (Origene, Contra Celsum, primo, 2, in Patrologia  Graeca,
11, 656, in G. A. F., citato, volume quinto, pagina 88).

(22). "Queste sono le dottrine degli uomini e dei dmoni, originate
per  orecchie amanti di novit dall'ingegno della sapienza mondana,
che il Signore chiama stoltezza [...]. Essa  infatti materia della
sapienza  mondana,  temeraria  interprete  della  natura  e   della
disposizione  divina.  Le  stesse eresie  infine  provengono  dalla
filosofia.   [...]  Valentino  era  platonico   [...].   O   misero
Aristotele! Ritraendoci da queste cose, l'Apostolo ci scongiura  di
guardarci  dalla  filosofia, scrivendo ai Colossesi  (secondo,  8).
Egli  era  stato  ad Atene, ed aveva sperimentato codesta  sapienza
umana ostentatrice e falsificatrice della verit, nei convegni, una
sapienza divisa nelle sue eresie attraverso la variet delle  stte
discordi  fra  loro.  Che  c'  dunque  di  comune  fra   Atene   e
Gerusalemme?  Che  di comune all'Accademia e alla  Chiesa?  Che  di
comune agli eretici e ai cristiani? Il nostro ammaestramento  viene
dal  Portico  di  Salomone; questi aveva  insegnato  anch'egli  che
occorre cercare il Signore con la semplicit del cuore. Considerino
bene coloro che han messo fuori un cristianesimo stoico o platonico
o  dialettico. [Cristo insegn nel Portico di Salomone] [...]  Dopo
Cristo  noi  non  abbiamo bisogno di andar curiosando;  n  abbiamo
bisogno  di  tanto ricercare dopo il Vangelo. Quando crediamo,  non
desideriamo    nulla   oltre   che   credere"   (Tertulliano,    De
praescriptione haereticorum, c. 7 in Patrologia Latina, 2,  20,  in
G. A. F., citato, volume quinto, pagine 76-77).

(23).  Tertulliano  scrive "certum est quia  impossibile  est"  ("
certo   perch    impossibile")  nel  De  carne  Christi,   quinto
(confronta  F.  Adorno, La filosofia antica,  Feltrinelli,  Milano,
1968, volume secondo, pagina 538).

(24). Giustino non esita a chiamare filosofia il cristianesimo: "La
filosofia    in  realt  un bene sommo e quanto  mai  prezioso  al
cospetto di Dio, solo essa ci porta e ci unisce a Dio; e coloro che
dedicano  la loro attivit alla filosofia sono veramente santi.  Ma
la maggior parte degli uomini ignorano che cosa sia la filosofia  e
per  quale  fine  sia  stata concessa l'attivit  speculativa  agli
uomini;  infatti se supponessero ci, non potrebbero sussistere  n
Platonici,  n  Stoici,  n Socratici, n  Pitagorici,  essendo  la
filosofia  una sola" (Giustino, Dialogo con Trifone, secondo,  1-2,
in G. A. F., citato, volume terzo, pagina 119).

(25).  "I nostri insegnamenti svelano la loro superiorit  su  ogni
sapienza umana, poich a noi  apparso, in Cristo, il Verbo (Lgos)
in  tutta  la  sua interezza: corpo, ragione, anima. Infatti  tutto
quello che di buono rivelarono e trovarono in ogni tempo filosofi e
legislatori,  lo  poterono  raggiungere perch  in  parte  poterono
contemplare  o  raggiungere il Verbo. Ma  poich  naturalmente  non
conobbero Cristo che  il Verbo nella sua completezza, si trovarono
in  frequenti  contraddizioni  con se  stessi"  (Giustino,  Seconda
Apologia, 10, in G. A. F., citato, volume terzo, pagina 120).

(26).  L'apertura alla collaborazione con la filosofia  una  delle
cause  di maggior contrasto fra la Chiesa di Occidente e la  Chiesa
di  Oriente,  ortodossa.  Dopo lo scisma d'Oriente  (nel  1054)  la
Chiesa di Costantinopoli si  impegnata nella difesa della dottrina
cos  come  era  stata  formulata dai  primi  Padri  della  Chiesa,
negando,  ad  esempio, il contributo dato alla teologia occidentale
dalla  riflessione di Tommaso d'Aquino (vedi in questo capitolo  le
pagine   236-238)   sulla   filosofia  aristotelica.   Il   diverso
atteggiamento  delle  due  Chiese  chiaramente  avvertibile  anche
nell'arte sacra: mentre quella occidentale, dal periodo romanico ai
nostri giorni, si  nutrita della filosofia e della cultura che  la
circondavano ed ha assunto le forme suggeritele nelle varie  epoche
dalle   diverse  scuole  e  tendenze,  l'arte  sacra  nella  Chiesa
ortodossa    rimasta  sempre  fedele,  anche  nelle  tecniche   di
realizzazione, all'iconografia paleocristiana.

(27).  Innanzitutto alla fine del Vangelo di Matteo: "Andate dunque
e  fate  miei discepoli tutti i popoli, battezzandoli nel nome  del
Padre,  del  Figliolo  e dello Spirito Santo,  insegnando  loro  ad
osservare tutte le cose che io ho comandato a voi. Ed ecco io  sono
con  voi tutti i giorni sino alla fine del mondo" (Matteo, 28,  19-
20).  Quindi  nel  Vangelo  di Giovanni,  dove  nel  Prologo  viene
sottolineata l'unit tra il Padre e il Figlio ("il Verbo era presso
Dio  e il Verbo era Dio") e al tempo stesso la diversit tra le due
persone ("Nessuno ha mai veduto Dio; l'Unigenito Figlio, che   nel
seno  del  Padre, egli stesso ce l'ha fatto conoscere"). Sempre  in
Giovanni,  quando  riferisce il discorso di Ges  durante  l'ultima
cena: "Se mi amate, osservate i miei comandamenti. E io pregher il
Padre  mio che vi dar un altro Consolatore, perch resti  con  voi
per  sempre,  lo Spirito di verit, che il mondo non pu  ricevere,
perch  non lo vede e non lo conosce; ma voi lo conoscerete  perch
abita con voi e sar in voi" (Giovanni, 14, 15-17).

(28).  Si  cerc  di risolvere la controversia con le  formulazioni
dogmatiche   del   Concilio  di  Nicea  (325)  e   di   quello   di
Costantinopoli  (381), nei quali fu stabilito  il  Simbolo  niceno-
costantinopolitano (la professione di fede, nota come "Credo",  che
ancora   fa  parte  della  liturgia  della  Messa),  che   fu   poi
riconfermato nel Concilio di Calcedonia (451). Nel periodo  che  va
dal  sesto  secolo al nono secolo si assiste a una  relativa  stasi
della  discussione,  fino alla ripresa, in et  carolingia,  di  un
dibattito  particolarmente vivace in cui  ricompaiono,  ad  esempio
nelle  posizioni  di  Giovanni Scoto Eriugena (filosofo  e  teologo
irlandese  che  opera  nella  Scuola  palatina  di  Carlo   Magno),
l'influenza   di  Plotino  e  la  gerarchia  delle   ipostasi.   La
discussione  verteva ancora sulla relazione fra le tre persone:  se
cio  lo  Spirito procedesse dal Padre attraverso  il  Figlio  (per
Filium),  oppure  dal Padre e dal Figlio (Filioque);  in  Occidente
prevalse la seconda tesi e la posizione "plotiniana" fu condannata.
A   partire   dall'undicesimo  secolo  il  Credo   viene   recitato
comunemente  con la formula Filioque, a sottolineare  l'uguaglianza
delle  persone.  I padri orientali, fino dal nono  secolo,  avevano
insistito  su  una visione della Trinit in cui l'unit    fondata
sulla  "monarchia"  del  Padre  da  cui  procedono  il  Figlio   e,
attraverso  questi,  lo  Spirito. L'accettazione  indiscussa  nella
Chiesa  occidentale della formula Filioque  una  delle  cause  pi
importanti,  sul  piano  teologico, dello scisma  della  Chiesa  di
Oriente (1054).

(29).  "Noi  insegniamo a una sola voce un solo e medesimo  Figlio,
nostro Signore Ges Cristo, perfetto in divinit e insieme perfetto
in  umanit,  veramente  Dio e veramente uomo,  fatto  di  un'anima
razionale  e  di  un  corpo, consustanziale  al  Padre  secondo  la
divinit,  consustanziale a noi secondo  l'umanit,  simile  a  noi
fuori  che nel peccato, generato dal Padre prima di tutti i  secoli
quanto  alla sua divinit, ma negli ultimi giorni e per  la  nostra
salvezza (generato) da Maria Vergine, Madre di Dio quanto alla  sua
umanit".

(30).   "L'eresia  consiste  nell'introduzione  di   un   principio
filosofico all'interno dell'affermazione di fede con la pretesa  di
risolverla in esso; la definizione dogmatica, invece,  un'armatura
razionale  che  la  fede  si  d  per  tutelare  se  stessa   dalla
degradazione  ereticale. Che poi, nel corso dei secoli,  l'armatura
razionale della fede sia stata scambiata per il suo contenuto e  di
conseguenza   sia   stata   irrigidita  nella   presunzione   della
immutabilit,  questo    vero. Di fatto anche  quando  i  concetti
filosofici greci, di cui l'antica armatura  costruita, persero  di
validit  nella  circolazione culturale, la fede  ha  continuato  a
difendere se stessa difendendo l'armatura che si era data in  altri
tempi.  Un  dramma questo di cui dovremmo occuparci a pi  riprese"
(E.  Balducci, Storia del pensiero umano, Cremonese, Firenze, 1986,
volume primo, pagina 293).

(31). Si pensi che il pensiero agostiniano costituisce la base  per
l'elaborazione  "eretica" di Martin Lutero (vedi in  questo  stesso
capitolo, pagina 250).

(32).  Confronta  l'Invocazione a Dio,  nel  primo  capitolo  delle
Confessioni.

(33). "Se mi inganno esisto". Questa affermazione e la certezza che
ne deriva la ritroveremo, nel diciassettesimo secolo, alla base del
pensiero  e  del metodo di Descartes: dubito, quindi penso,  quindi
sono.

(34).  "Noli  foras  exire, in te ipsum redi, in  interiore  homine
habitat   veritas".  Confronta  anche  Confessioni,  settimo,   10:
"Portato da quelle letture [si riferisce ai testi neoplatonici,  in
particolare  di Plotino] a rientrare in me stesso, mi raccolsi  nel
mio  intimo dietro la tua guida, e, poich Tu ti eri fatto  il  mio
sostegno, ci riuscii. Entrai in me, e con l'occhio della mia anima,
quale che si fosse, vidi, al di l di quell'occhio della mia anima,
al di l della mia mente, la immutabile luce: non questa, comune  e
visibile  ai  nostri  sensi, o una pi  intensa,  ma  della  stessa
natura,  come  se  risplendesse  molto,  molto  pi  chiara  e   si
estendesse dilagante per tutto lo spazio. No, no, non quella; altra
cosa,  ben  diversa da tutte le altre. E non stesa sulla mia  mente
come olio su acqua o come il cielo sulla terra, ma essa al di sopra
avendomi  creato, e io al di sotto, come sua creatura. Chi  conosce
la  verit  la  conosce, e chi la conosce, conosce  l'eternit:  la
conosce l'Amore".

(35). Vedi capitolo Quattro, 2, pagine 69-72.

(36).  Confronta E. Severino, La filosofia antica, Rizzoli, Milano,
1984, pagina 210. Confronta anche C. Sini, Filosofia teoretica, EDO
- Jaca Book, Milano, 1992, pagine 45-49.

(37). Confronta R. Bodei, Ordo amoris. Conflitti terreni e felicit
celeste, Il Mulino, Bologna, 1991, pagina 91.

(38).  Confronta  A.  H.  Armstrong,  Introduzione  alla  filosofia
antica,  traduzione di V. Meloni De Vio, Il Mulino, Bologna,  1983,
pagina 256.

(39).  Platone,  Simposio, 206 a. Vedi anche  capitolo  Cinque,  6,
pagina 95.

(40). "Un bel corpo, l'oro, l'argento, tutte le cose hanno una loro
attrattiva  [...].  La  nostra  stessa  vita  quaggi  ha  la   sua
attrattiva in un certo senso di bellezza e di armonia con tutte  le
altre cose belle minori. L'amicizia poi degli uomini  dolce perch
con un nodo d'affetto fa di molte anime un'anima sola. [...] Quando
dunque  si  cerca  il movente di un delitto, non ci  si  forma  una
esatta   visione  se  non  quando  appare  chiara  la  volont   di
raggiungere  qualcuno  di  quei beni che abbiamo  detto  di  infimo
grado" (Confessioni, secondo, 5).

(41). Confronta Confessioni, secondo, 5.

(42). Confessioni, settimo, 12. Confronta anche Agostino, De libero
arbitrio, primo, 1.

(43). Dopo aver affermato che gli angeli, vicinissimi a Dio, godono
come  lui  di una gioia eterna, Agostino nota che le altre creature
dell'universo   sono   soggette  a  mutazioni,   a   disaccordi   e
riconciliazioni. Questa  la condizione che Dio ha loro  assegnato:
"Ma  forse  tale   la condizione loro; e tale la misura  che  loro
assegnasti,  quando distribuisti ogni sorta di beni, tutte  le  tue
opere  giuste al loro posto conveniente; quando fissasti a ciascuna
il  proprio  tempo; tutte, dalla sommit dei cieli alle  profondit
della  terra,  dal principio alla fine dei secoli,  dall'Angelo  al
verme, dal primo all'ultimo istante del moto" (Confessioni, ottavo,
3).

(44). Confronta De libero arbitrio, primo, 8, 18.

(45). Confronta R. Bodei, opera citata, pagina 110.

(46).  Confronta  Agostino,  De  civitate  Dei,  quindicesimo,  22.
Confronta anche R. Bodei, opera citata, pagina 10.

(47). Pelagio, un monaco originario della Britannia o dell'Irlanda,
nato  intorno  al  360, fu autore di un Commento  alle  lettere  di
Paolo.

(48). La grazia  dono gratuito e soprannaturale di Dio.

(49). "Dio non lo [l'uomo] volle privare della propria grazia,  che
rimise al suo libero arbitrio: appunto perch il libero arbitrio  
sufficiente  per  compiere  il  male,  ma  non  risulta  abbastanza
efficace per operare il bene, se non interviene in suo soccorso  la
bont dell'Onnipotente" (Agostino, De correptione et gratia).

(50).  "Il  libero  arbitrio  salvo [...]  contro  i  fautori  del
destino  e i negatori della grazia, a patto di dichiararlo  malato,
di  sottoporlo  a  una supervisione, per quanto  benevola,  di  una
autorit pi alta" (R. Bodei, opera citata, pagina 78).

(51). R. Bodei, opera citata, pagina 79.

(52).  L'inizio della stesura del De civitate Dei    di  tre  anni
successivo  al "sacco di Roma" da parte dei Goti di Alarico  (410).
In  questa  opera, in ventidue libri, si esaminano i  rapporti  fra
Impero  romano  e  paganesimo,  dei  quali    svolta  una  critica
minuziosa.

(53). De civitate Dei, primo, 1.

(54). De civitate Dei, quarto, 33.

(55).  Nella Chiesa si uniscono "cielo e terra", il suo capo    in
cielo   e   il   suo  corpo  sulla  terra.  Confronta  Confessioni,
tredicesimo, 34.

(56).  Alcuino  di  York  (735-804),  consigliere  di  Carlo,   per
l'elaborazione del suo programma culturale, scrive al sovrano:  "Se
le  vostre  intenzioni  vengono realizzate, pu  sorgere  in  terra
franca una nuova Atene, pi splendida dell'antica. Perch la nostra
Atene, nobilitata dall'insegnamento di Cristo, superer la sapienza
dell'Accademia" (E. Balducci, opera citata, pagina 318).

(57).  Un'eccezione   rappresentata dal monaco irlandese  Giovanni
Scoto  Eriugena, chiamato alla Scuola Palatina da  Carlo  il  Calvo
nell'846. La sua figura  molto pi vicina a quella dei Padri greci
che  non  alla  tradizione latina del suo tempo: egli conosceva  il
greco  e tradusse in latino le opere di Dionigi l'Areopagita  e  di
Gregorio di Nissa. Si pensi che dopo di lui, in Occidente,  nessuno
parler pi il greco fino al tredicesimo secolo.

(58).   Il   trivio  era  costituito  da  grammatica,  retorica   e
dialettica;  il  quadrivio  da  aritmetica,  geometria,  musica   e
astronomia.

(59). "La filosofia scolastica [...] nasce e si sviluppa nelle aule
scolastiche,  si  nutre  delle tecniche  dell'insegnamento  fino  a
riproporne  con  estrema  fedelt tutti i  meccanismi  anche  nelle
elaborazioni  pi  complesse"  (G. C. Garfagnini,  Aristotelismo  e
Scolastica, Loescher, Torino, 1979, pagina 13).

(60). Abelardo con il termine dialettica indica la filosofia.

(61). La discussione prende spunto dall'Isagoge ("Introduzione") di
Porfirio, che  un commento alle Categorie di Aristotele.

(62). Guglielmo di Champeaux, secondo la testimonianza di Abelardo,
avrebbe   sostenuto  "che  la  medesima  realt    tutta  presente
essenzialmente  nei singoli individui, tra i quali non  vi  sarebbe
diversit  essenziale,  ma  bens  una  distinzione  causata  dalla
molteplicit degli accidenti". Cio in tutti gli uomini c'  sempre
tutta  una identica sostanza, quella dell'uomo, e i singoli  uomini
si  differenziano  tra  loro  solo per  particolari  determinazioni
accidentali.   Confronta   C.  Vasoli,   Storia   della   filosofia
medioevale, Feltrinelli, Milano, 1961, pagina 139.

(63). Per la diffusione degli scritti di Aristotele confronta G. C.
Garfagnini,  Aristotelismo  e Scolastica,  citato,  che  offre  una
chiara sintesi alle pagine 16-21.

(64). Vedi il capitolo seguente.

(65). Nel 1210 e nel 1215 fu proibito nella diocesi di Parigi  fare
lezione  leggendo  e  commentando la Metafisica  e  i  trattati  di
scienze naturali di Aristotele; nel 1231 papa Gregorio nono rimosse
di fatto il divieto; nel 1255 la lettura dei testi aristotelici era
obbligatoria per poter frequentare i corsi della Facolt delle arti
dell'Universit di Parigi.

(66). Tommaso d'Aquino, Summa contra Gentiles, primo, 8.

(67). Confronta Summa contra Gentiles, primo, 3.

(68).  "L'umana  ragione   in grado di  conoscere  tutto  ci  che
concerne   Dio   mediante   rapporti   di   similitudine    assunti
dall'esperienza:  ci,  per,  resta sempre  insufficiente  per  la
chiara  comprensione delle verit di fede" (Summa contra  Gentiles,
primo, 8).

(69).  "Sebbene la verit di fede ecceda la capacit della  ragione
umana,  questa  tuttavia con la sua immediata conoscenza  di  certe
Verit  immediate, non viene confusa e contraddetta.  E'  evidente,
infatti,  che  certi princpi di ragione [come, ad esempio,  quelli
della  logica  aristotelica, non contraddizione, identit  e  terzo
escluso  n.d.r.]  sono per s verissimi, n  possibile  immaginare
che  siano falsi senza contraddirsi" (Summa contra Gentiles, primo,
7).

(70). Confronta Summa contra Gentiles, secondo, 4. Confronta anche,
sempre  di  Tommaso  d'Aquino,  il Prologo  al  Commentario  al  De
Trinitate  di Boezio (In Botium De Trinitate): "Come il  principio
della  conoscenza naturale  l'apprendimento della creatura  legato
all'esperienza, cos il principio della conoscenza  rivelata    la
notizia della verit infusa per fede; da ci deriva che diverso sia
il  procedimento nelle due conoscenze. I filosofi infatti, i  quali
seguono  l'ordine  della  conoscenza  naturale,  pongono  prima  la
conoscenza delle creature e dopo quella divina, cio prepongono  la
filosofia  della  natura alla metafisica; ma presso  i  teologi  si
procede  in  maniera  inversa, in modo che  la  considerazione  del
creatore preceda quella della creatura".

(71). Summa contra Gentiles, primo, 5.

(72). Summa contra Gentiles, primo, 7.

(73). Summa theologiae, primo, q. 1, a. 5.

(74). Confronta In Botium De Trinitate, q. 2, a. 3.

(75).   Fides  quaerens  intellectum  ("La  fede  che  si   rivolge
all'intelletto") era il titolo che originariamente  Anselmo  voleva
dare a questa sua opera.

(76).  "Noi  crediamo  che Tu sia qualche cosa  di  cui  nulla  pu
pensarsi pi grande. O che forse non esiste una tale natura, poich
"lo  stolto disse in cuor suo: Dio non esiste"? (Salmi, 13, 1 e 52,
1). Ma certo, quel medesimo stolto, quando sente ci che io dico, e
cio  la frase "qualche cosa di cui nulla pu pensarsi pi grande",
capisce  quello  che  ode;  e  ci  che  egli  capisce    nel  suo
intelletto, anche se egli non intende che quella cosa esista. Altro
infatti  che una cosa sia nell'intelletto, altro intendere che  la
cosa  sia. Infatti, quando il pittore si rappresenta ci che  dovr
dipingere,  ha  nell'intelletto l'opera sua, ma non intende  ancora
che  esista quell'opera che egli non ha ancor fatto. Quando  invece
l'ha  gi  dipinta, non solo l'ha nell'intelletto, ma  intende  che
l'opera fatta esiste. Anche lo stolto, dunque, deve convincersi che
vi  almeno nell'intelletto una cosa della quale nulla pu pensarsi
pi grande, poich egli capisce questa frase quando la ode, e tutto
ci  che si capisce  nell'intelletto. Ma, certamente, ci  di  cui
non   si   pu   pensare  il  maggiore  non   pu   esistere   solo
nell'intelletto.  Infatti, se esistesse  solo  nell'intelletto,  si
potrebbe pensare che esistesse anche nella realt, e questo sarebbe
pi  grande.  Se dunque ci di cui non si pu pensare  il  maggiore
esiste  solo  nell'intelletto, ci di cui non  si  pu  pensare  il
maggiore    ci  di  cui  si pu pensare il  maggiore.  Il  che  
contraddittorio. Esiste senza dubbio qualche cosa di cui non si pu
pensare  il  maggiore  e nell'intelletto e nella  realt"  (Anselmo
d'Aosta, Proslogion, secondo).

(77).  "A coloro che sostengono l'immediata intuizione di  Dio,  la
dimostrazione della Sua esistenza potr, forse, sembrare superflua"
(Tommaso d'Aquino, Summa contra Gentiles, primo, 10).

(78).  "Ma ammettendo, tuttavia, che tutti comprendano che Dio  sia
ci  di  cui non si pu pensare un pi perfetto, non segue  affatto
che  un  tale  essere  esista veramente in  realt"  (Summa  contra
Gentiles, primo, 10).

(79). Tommaso d'Aquino, Summa theologiae, primo, q. 2, a. 3.

(80).  Per negare il processo all'infinito Tommaso sostiene che  se
non  si giungesse mai a un primo movente verrebbe meno il movimento
stesso;  infatti un mosso per muoversi ha bisogno di un  movente  e
questo  di  un altro movente e cos via: se non ci fosse  un  primo
movente,  tutta  la catena resterebbe ferma nell'attesa  di  essere
mossa, in un'attesa dilatata all'infinito.

(81). Siccome ci che muove deve essere in atto, il Primo movente 
necessariamente  atto; visto poi che ci che  mosso  pu  muoversi
perch  in potenza, dato che il Primo mobile non si muove, non pu
assolutamente  essere in potenza: egli  atto  puro.  Questa  prima
dimostrazione, come le altre quattro,  in Summa theologiae, primo,
q. 2, a. 3.

(82).  "Coloro  che prestano fede a queste verit, che  la  ragione
umana  non  pu attingere, non sono dei creduloni, quasi  accettino
delle favole. Giacch la stessa sapienza divina, che tutto possiede
con  assoluta  pienezza, si  degnata rivelare agli  uomini  questi
misteri  ed    essa che rivela la sua presenza e la  verit  della
dottrina e dell'ispirazione quando, per confermare i misteri, mette
sott'occhio  opere che superano il potere di tutta la natura,  cio
guarendo  prodigiosamente i malati, risuscitando i  morti,  mutando
prodigiosamente i corpi celesti e, ci che  ancor pi  prodigioso,
ispirando gli animi umani, come quando uomini ignoranti e semplici,
pieni dei doni dello Spirito Santo, ottenessero istantaneamente una
sapienza e una facondia somme" (Summa contra Gentiles, primo, 6).

(83).  Il  riconoscimento  indiscusso e  indiscutibile  del  valore
dell'opera di Tommaso avviene nel 1565, quando papa Pio  quinto  lo
proclam  "dottore  della Chiesa". Il riconoscimento    stato  poi
riconfermato  nel 1879 da papa Leone tredicesimo,  che  lo  propose
come base dello studio nei seminari, e nel 1907, quando Pio decimo,
nell'enciclica Pascendi, definisce il tomismo "filosofia perenne".

(84).  "E'  chiaro  pure  come  tutte le  conoscenze  servano  alla
teologia;  e  perci  essa prende esempi  e  si  serve  di  termini
appartenenti  a  ogni classe di conoscenza. [...]  E  questo    il
frutto  di  tutte le scienze, cio che in tutto venga edificata  la
fede,   sia   onorato   Dio,  vengano  attinte   le   consolazioni"
(Bonaventura da Bagnoregio, De reductione artium ad theologiam,  in
Opera,  quinto,  325,  in G. A. F., citato, volume  quinto,  pagina
121).

(85).  Bonaventura da Bagnoregio, Opera, primo, 3,  in  G.  A.  F.,
citato, quinto, pagina 119.

(86).  Bonaventura  da  Bagnoregio,  Itinerarium  mentis  in  Deum,
prologo.

(87).  "E'  necessario che, per quanto possibile,  l'efficacia  del
sapere venga indirizzata alla verit sacra, giacch altrimenti  non
rifulge  il valore del sapere; il sapere, considerato in se stesso,
 di nessuna utilit" (Ruggero Bacone, Opus maius, secondo, 17).

(88). Opus maius, sesto, 2.

(89). Opus maius, sesto, 1.

(90). Confronta ibidem.

(91).  Confronta  Opus maius, quarto, 1, 3, in G.  A.  F.,  citato,
volume quinto, pagina 575.

(92). Ibidem.

(93).  Giovanni Duns Scoto, Summa theologica, primo, 1, 2, in G. A.
F., citato, volume quinto, pagina 139.

(94).  "La  teologia,  considerata nell'intelletto  creato,    una
scienza  pratica,  perch  assolutamente pratica quella  dottrina,
nella  quale non si tratta di cose speculative se non in quanto  la
loro conoscenza serve alla pratica da dirigere; d'altra parte nella
teologia  non  si  tratta di cose speculative se non  per  dirigere
attraverso  la  loro  conoscenza le  azioni  della  volont  creata
riguardo  al  fine o riguardo ai mezzi; dunque la  teologia    con
molta verit scienza pratica" (Summa theologica, primo, 1, 4, in G.
A. F., citato, volume quinto, pagina 140).

(95).  "La teologia  una scienza argomentativa. Infatti la  nostra
teologia di fatto tratta quelle cose che sono contenute nella Sacra
Scrittura  e  di  quelle cose che possono venir  dedotte  da  esse"
(Summa theologica, primo, 1, 8, in G. A. F., citato, volume quinto,
pagina 142).

(96).   Immanuel  Kant  consider  ben  distinto  il  campo   della
conoscenza  scientifica dai campi della morale, della  religione  e
dell'estetica.

(97).  Come  noto, all'interno del movimento francescano si  erano
costituite   due  correnti,  quella  degli  spirituali,  osservanti
rigorosi della regola e della povert, e quella dei conventuali, di
osservanza meno rigida, che ammettevano il possesso di beni stabili
in comune.

(98).  Guglielmo  di  Ockham fu coinvolto  direttamente  in  questo
scontro,  che  vedeva da un lato il Papato avignonese e  dall'altro
l'imperatore Ludovico il Bavaro.

(99).  "Dio commettendo il peccato non pecca" (Guglielmo di Ockham,
Centiloquim  theologicum,  5, C); "Non  include  contraddizione  il
fatto che Dio assuma la natura asinina; Dio pu assumere [la natura
di]  una pietra o un legno" (ivi, 6, A); "La testa di Cristo    il
piede  di  Cristo"  (ibidem). In G. A. F., citato,  volume  quinto,
pagina 144.

(100).  "[Accingendomi a parlare dell'Eucarestia] non  asserir  se
non  ci che ritiene e insegna la Chiesa Romana"; "Questa  la  mia
fede,  perch  questa  la fede cattolica; tutto  ci  infatti  che
crede esplicitamente la Chiesa Romana, soltanto questo e non altro,
o  esplicitamente o implicitamente, credo" (Guglielmo di Ockham, De
sacramento  altaris, prologo e capitolo 1, in  G.  A.  F.,  citato,
volume quinto, pagina 144).

(101).  "La scienza propriamente detta  una notizia di una  verit
necessaria,  che  per  natura deve essere  prodotta  per  mezzo  di
premesse  applicate  ad essa, attraverso un discorso  sillogistico"
(Guglielmo di Ockham, In prologum Sententiarum, 2 H, in G.  A.  F.,
citato, volume quinto, pagina 580).

(102). Guglielmo di Ockham, In secondo Sententiarum, 5 R, in G.  A.
F., citato, volume quinto, pagina 581.

(103). Vedi in questo stesso capitolo, pagina 233.

(104). In latino il verbo supponere  intransitivo ed  seguito  da
pro  ("in vece di", "al posto di") e vuol dire proprio "stare per",
"stare al posto di".

(105). A seguito dell'esperienza.

(106). Guglielmo di Ockham, In I Sententiarum, d. 2 q. 4 C.

(107). Vedi "Glossario", voce Umanesimo.

(108).  "Chiamiamo predestinazione l'eterno decreto di Dio mediante
il quale egli ha stabilito che cosa debba avvenire di ciascun uomo.
Infatti non tutti sono creati in eguale condizione, ma agli  uni  
stata  predestinata  la  vita  eterna,  agli  altri  la  dannazione
eterna".

